FINMECCANICA: LO SCOVA-TUMORI CHE L’AZIENDA NON VUOLE PIÙ

FINMECCANICA: LO SCOVA-TUMORI CHE L’AZIENDA NON VUOLE PIÙ
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(AGENPARL) – Roma, 27 set – Un’invenzione tutta italiana che segnerebbe il passo a livello mondiale nel campo della diagnostica dei tumori. Un esame che dura pochi minuti, non invasivo, economico, che dà risposte immediate. Si chiama Trim Prob ed è un piccolo dispositivo che emette un campo elettromagnetico e, passato vicino all’organo interessato, esegue una sorta di biopsia elettronica del tessuto identificandone alterazioni: in parole povere, segnala tumori. In pochi minuti analizza prostata e vescica, ma anche colon retto, mammella e altri organi. Uno strumento di prevenzione – da affiancare comunque agli altri macchinari diagnostici – che risparmierebbe al Sistema Sanitario Nazionale il dover ricorrere sempre ad altre macchine diagnostiche più costose, in termini di tempo, gestione, risorse umane. Il Trim Prob costa circa 40 mila euro e permetterebbe un risparmio che in tempi di crisi farebbe certamente bene alla nostra sanità. Ma Finmeccanica – la holding industriale italiana controllata dal Tesoro che lo stava producendo – ha deciso di chiudere in un cassetto questo prodotto di tecnologia italiana.
Nel 2004 Galileo Avionica, azienda di Finmeccanica oggi nota come Selex Galileo, acquisisce il brevetto dall’inventore Clarbruno Vedruccio – brillante scienziato che l’esercito italiano non si è voluto lasciar sfuggire ricorrendo addirittura alla ‘Legge Marconi’ per averlo tra le sue fila – e crea una società ad hoc per distribuirlo, la Trim Probe Spa. Grande enfasi al progetto: dalla tecnologia militare un’arma per la difesa della salute. Il “bioscanner” viene prodotto, certificato e validato dal Ministero della Salute, distribuito in commercio. Elogiato da pubblicazioni scientifiche internazionali. Ma nel 2007 Finmeccanica dice basta: il progetto non è una priorità strategica per il gruppo. Cessa così la produzione della macchina che, in due minuti, identifica i tumori. Nel 2008 Trim Probe Spa è messa in liquidazione. Da allora Clabruno Vedruccio è costretto a mantenerne i costi di brevetto, non proprio alla portata di tutti. Una storia paradossale.
Una tecnologia rivoluzionaria nel campo della medicina viene chiusa in un cassetto dal colosso italiano della difesa, posto sotto il controllo di un Ministero della Repubblica. A testimoniarne l’efficacia, la presenza del Trim Prob in una cinquantina di centri italiani. Come il Sant’Andrea di Roma, dove si paga un ticket di 40 euro per sottoporsi all’esame. Sono i centri che sono riusciti ad averlo prima che smettesse di essere prodotto. Ha la validazione per l’uso su prostata e vescica, ma potrebbe con pochi sforzi burocratici essere utilizzato per altro. Anche il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, lo ha provato. L’allora Ministro della Salute Girolamo Sirchia non mancava alla presentazione presso il Fatebenefratelli di Milano. Ma è una tecnologia che non ha futuro, dal momento che Finmeccanica ha deciso così. Perché è arrivato lo stop? Ufficialmente il colosso guidato da Pier Francesco Guarguaglini lo ha motivato col fatto che il gruppo si occupa di sistemi di difesa, non di diagnostica medica. Ma resta il mistero – allora – sul perché abbia iniziato a produrlo.
“Era quasi come se questa cosa dovesse rimanere soltanto in mano ad un gruppo di persone – ha detto all’AgenParl il dott. Vedruccio – eppure Finmeccanica aveva il potere, e forse lo avrebbe ancora, per fare navigare questa tecnologia”. Ai primordi dell’industrializzazione del Trim Prob doveva collaborare anche un’altra azienda, la Esaote. Un’azienda che nasce, ancora una volta, da una branca di Finmeccanica, da cui si stacca negli anni ‘90. Diventa col tempo una delle aziende leader del settore della diagnostica medica. Avrebbe dovuto distribuire il Trim Prob, ci dice Vedruccio, ma poi non se ne fece nulla: “E’ difficile far vendere un nuovo prodotto a chi produce altro che è concorrenziale”. Ora restano il brevetto mantenuto con sacrificio da Vedruccio e le trattative con altre aziende, con un pericolo: “Non è un progetto che intendo svendere né intendo regalare a una multinazionale. Si potrebbe veramente creare una situazione in cui qualcuno compra il brevetto per non produrlo. Non è ciò che io desidero dopo 15 anni di studi, ricerche, esperimenti”. Rimarrebbe il sapore amaro della beffa.
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